Descrizione
La cerimonia è iniziata alle 10 con la santa messa alla chiesa Collegiata officiata dal parroco don Francesco Scarin, presente il coro Castel della sezione di Arco della Sat diretto da Enrico Toccoli e con il trombettista Omar Morandi. Per l’amministrazione erano presenti la sindaca Arianna Fiorio e l’assessore alla cultura Massimiliano Floriani con una rappresentanza del Consiglio e il presidente Marco Manzoni; per la Provincia autonoma di Trento c'era il presidente del Consiglio Claudio Soini. Numerosi i Gruppi alpini, da quello di Arco (con il capogruppo Giorgio Vivori) a quelli di tutta la zona, compreso quello centrale di Trento con il vicepresidente vicario Gregorio Pezzato. Presenti anche la polizia locale con la vicecomandante Graziella Chistè e un'ampia rappresentanza delle forze dell'ordine e delle associazioni d’arma. Per la Repubblica Ceca c'erano il vice ambasciatore in Italia Jiří Jílek, per il ministero della Difesa il consigliere ministeriale Petr Hažmuka, per l'Associazione legionari cecoslovacchi il vicepresidente Tomáš Pilvousek, il membro del Presidio Jiří Charfreitag, il veterano di guerra Stanislav Švidek e il responsabile della trasferta Jiří Filip con l'interprete Ondrei Dürrer.
Dopo la messa si è formato il corteo, in testa il gonfalone della città di Arco, che ha percorso via Segantini e via Caproni Maini fino al monumento a San Venceslao, dono alla città Arco della Scuola artistica di scultura di Hořice, dove si sono svolte le onoranze. Quindi il corteo si è rimesso in marcia alla volta del monumento che si trova in località Prabi, in una stretta via tra gli olivi, nel luogo dove nel settembre del 1918 fu eseguita, per impiccagione, la sentenza di morte dei quattro giovani legionari. E dove si sono svolte le onoranze e si sono tenute le allocuzioni delle autorità, precedute dagli Inni d'Italia e della Repubblica Ceca eseguiti dal coro Castel.
«Questa non è la commemorazione di un fatto di guerra -ha detto il capogruppo degli alpini di Arco Giorgio Vivori- ma è il ricordo di un gesto d'amore per la patria di persone che credevano nella loro terra e hanno dato la vita per questo sogno, un sogno che si è realizzato e che nel tempo si sta realizzando sempre di più. Paesi che prima si trovavano su fronti opposti sono adesso tutti assieme nell'Unione europea, che è riuscita a costruire, anche se molto lentamente, un percorso di pace. Ora noi, la Repubblica Ceca e gli altri 25 Stati siamo in una Europa unita, e mi auguro che questi momenti di ricordo e di memoria ci aiutino a farci capire ancora di più l'importanza dello stare vicini e dello stare assieme».
Quindi, l'intervento della sindaca di Arco: «Antonín Ježek, Karel Nováček, Jiří Schlegl e Václav Svoboda provenivano da una patria che ancora non esisteva ufficialmente -ha detto Arianna Fiorio- ma erano animati, come molti altri giovani di quella generazione, dallo spirito di autodeterminazione dei popoli e dagli ideali di libertà. Il loro contributo fu decisivo per la nascita della Cecoslovacchia e per la liberazione dei territori italiani. Come molti italiani, abbandonarono l'esercito austro-ungarico. La Legione cecoslovacca sul Doss Alto si aggregò ai nostri alpini e ne indossò la divisa, sotto il comando del colonnello, poi generale, Tullio Marchetti. Il sacrificio di quei giovani legionari è il sacrificio di milioni di vite che hanno cambiato il volto dell'Europa e, con essa, quello dell'Italia, della Cecoslovacchia e dell'attuale Repubblica Ceca. Quest'ultima ha sempre onorato questa memoria, attraverso la presenza dei rappresentanti dell'ambasciata e del consolato in Italia, della delegazione dell'Associazione legionari cecoslovacchi e del ministero della Difesa, ai quali rivolgo il nostro sentito ringraziamento. Tutto questo è possibile anche grazie al Gruppo alpini di Arco che, oltre a custodire la memoria, custodisce il monumento donato dalla Repubblica Ceca e accoglie con attenzione e amicizia le sue delegazioni. È questo, dunque, un importante momento di memoria condivisa, alla presenza di tanti cittadini e delle autorità civili, militari, diplomatiche e religiose, che saluto e ringrazio. A oltre cento anni di distanza, nel ricordo di queste e di altre milioni di giovani vite spezzate, siamo nuovamente chiamati a una seria riflessione sulla nostra civiltà. La Prima guerra mondiale rappresenta una delle grandi contraddizioni del Novecento: quella di un mondo che si professava cristiano e che precipitò invece in una guerra fratricida, in una carneficina senza precedenti. Da quella tragedia seguirono i totalitarismi, la Seconda guerra mondiale, lo sterminio del popolo ebraico, Hiroshima e Nagasaki. E poi, nel corso dei decenni, altre guerre, fino ai conflitti contemporanei e alla guerra in Ucraina, che continua a provocare distruzioni e sofferenze enormi. E oggi assistiamo, nel silenzio troppo spesso assordante delle istituzioni, alla pianificata e intollerabile distruzione di Gaza e del popolo palestinese. Un altro orrore di fronte al quale la storia, ancora una volta, ci chiamerà a rispondere. Se oggi ricordiamo, giustamente, il passato, non possiamo però astrarci dal presente.»
«L'Europa sta attraversando una grave crisi economica, politica e, prima ancora, spirituale -ha proseguito la sindaca- ha perso alcune delle coordinate che avevamo dato per acquisite. Ha perso, o sembra aver smarrito, la capacità di dialogare, di mediare, di affidarsi agli organismi internazionali per la soluzione dei conflitti. Ha messo sullo sfondo quei valori che hanno contribuito a costruire la nostra civiltà: i valori cristiani, l'uguaglianza e la tolleranza patrimonio dell'Illuminismo, la centralità della persona, il dialogo e il rifiuto della guerra come strumento di soluzione delle controversie. Stiamo tornando alla legge del più forte. E così la guerra, con tutto il suo orrore, anziché diventare un tabù viene nuovamente prospettata come uno scenario possibile, se non addirittura probabile. Assistiamo a una folle corsa agli armamenti che rischia di produrre, ancor prima dei morti sui campi di battaglia, il progressivo smantellamento dei nostri servizi: sanità, istruzione, welfare. E questo rischia di alimentare ulteriormente il malcontento dei popoli. La storia dovrebbe insegnarci che il malcontento sociale, unito alla corsa agli armamenti e alla perdita della capacità di dialogo, non lascia presagire nulla di buono. Già Papa Paolo VI, nel 1965, nella Gaudium et Spes, metteva in guardia l'umanità proprio dalla corsa agli armamenti e dalla minaccia che essa rappresenta. Ecco perché momenti come quello di oggi, oltre a essere celebrazioni commemorative, ci invitano alla riflessione e all'assunzione di responsabilità. Ci ricordano che il mondo è abitato da persone, da storie, da culture. È fatto di vite concrete, di relazioni, di scelte quotidiane, non è soltanto nelle mani dei potenti. Sono proprio le persone, con le loro scelte, che possono fare la differenza. La storia umana non è chiusa. È un luogo nel quale ciascuno di noi può portare pace, può essere agente di cambiamento, può contribuire a costruire il futuro. Certo, può apparire difficile. Ma non è impossibile. Perché ricordare i morti di tutte le guerre significa anche assumere la responsabilità di non consegnare alle generazioni future lo stesso destino. Significa avere il coraggio di scegliere il dialogo quando prevale la contrapposizione, la cooperazione quando prevale la forza, la vita quando la guerra torna a essere presentata come inevitabile. Nel nostro mondo la guerra non può essere un'opzione.»
«Rendiamo omaggio alla memoria di uomini straordinari che, nei momenti decisivi della storia, seppero schierarsi dalla parte della giustizia -ha detto il vicepresidente dell'Associazione legionari cecoslovacchi Tomáš Pilvousek- consapevoli del sacrificio che ciò avrebbe potuto richiedere. La loro scelta contribuì al futuro della nostra nazione e al suo diritto alla libertà. I combattimenti su Doss Alto, nel settembre del 1918, possono sembrare, nel grande quadro della Prima guerra mondiale, soltanto un episodio. Per il popolo ceco, tuttavia, il loro significato è immenso. La libertà appartiene a chi è disposto a lottare per essa. I legionari cecoslovacchi impegnati su questo tratto del fronte dimostrarono un altissimo livello di determinazione e di spirito combattivo. Un esercito nato, disposto al sacrificio più grande, divenne uno degli argomenti più forti che convinsero non soltanto gli alleati italiani, ma l’intero mondo democratico a riconoscere il diritto dei cecoslovacchi a un proprio Stato. È su questa tradizione che, ancora oggi, a più di cento anni di distanza, si fonda la missione dell'Associazione dei legionari cecoslovacchi. Una tradizione che rimane uno dei pilastri della nostra coscienza nazionale. Oggi non siamo qui solo per ricordare gli eventi storici che hanno dato origine alla Repubblica Cecoslovacca. Siamo qui anche per ringraziarvi della fiducia che avete riposto nei nostri legionari nei momenti più difficili della guerra mondiale. E vogliamo ringraziarvi anche perché la memoria dei legionari cecoslovacchi in questa regione non sta svanendo, perché ve ne prendete cura con l'entusiasmo, l'impegno e la cordialità che vi contraddistinguono. Il mondo di oggi sembra più complesso che mai. A superare le tempeste dell'epoca moderna ci aiuta la consapevolezza di appartenenza reciproca, di partenariato e di alleanza, le cui radici affondano proprio nei tempi della Grande guerra. Permettetemi quindi di ringraziarvi ancora una volta di tutto cuore per l'invito e per la straordinaria cura che dedicate all'eredità degli eroi della Prima guerra mondiale. E permettetemi di chiudere con le parole del famoso epitaffio del monumento di Kohima, opera di John Maxwell Edmondson: “Quando tornerete a casa, parlate di noi e dite: per il vostro domani, noi abbiamo dato il nostro oggi. Onore eterno alla memoria degli eroi.»
«Questo è un momento importante -ha detto il presidente del Consiglio provinciale Claudio Soini- perché siamo qui a ricordare un momento storico tragico. Un momento di storia è però diverso dal momento di memoria: la memoria è una cosa diversa della storia. Memoria è ricordare tutto quello che è stato, tutte le tragedie che sono avvenute, comprese quella di questi ragazzi strappati dalle loro case e dalla loro famiglia per venire a combattere in un luogo che non conoscevano nemmeno, dove hanno trovato la morte combattendo per la libertà. Oggi ci sono i nostri alpini e le altre associazioni d'arma che ricordano i fatti della storia e realizzano questi momenti; speriamo che in futuro qualcuno raccolga il testimone. La memoria è la cosa più importante, fra l'altro noi viviamo in Trentino, una terra di confine che a quell'epoca divideva l'Italia dall'impero austroungarico. Una terra di confine che ha visto tante battaglie e ha vissuto tante tragedie, che noi puntualmente ricordiamo in ogni parte del Trentino, perché le celebrazioni sono tante ed è giusto che ci siano. Una terra, la nostra, che come l'Italia da 80 anni sta vivendo in pace. Il Trentino convive con tante lingue diverse, con tante culture diverse, ma vive in pace da 80 anni, e questo credo sia il messaggio da passare al mondo e alle nuova generazioni. Però quello che sta succedendo tra Russia e Ucraina è un monito per tutti noi, per cui la memoria è importante.» Il presidente Soini, nel salutare il coro Castel, ha poi ricordato che quest'anno sono cent'anni che è nata la coralità alpina, perché «dopo la Grande guerra ci sono state delle persone che hanno voluto andare avanti parlando di pace anche con la musica, anche con le canzoni. Come diceva poco fa il parroco don Francesco, da questi momenti deve partire la costruzione quotidiana e concreta della pace, dal nostro cuore, dai rapporti che creiamo, dai rapporti e le amicizie fra Stati vicini.»
Infine, l'intervento del vice ambasciatore Jiři Jilek: «Ogni anno ci riuniamo qui per rendere omaggio alla memoria di quattro legionari cecoslovacchi che nel settembre del 1918 pagarono con la vita la loro fedeltà all'ideale di libertà. In un momento in cui la Prima guerra mondiale volgeva ormai al termine, si schierarono dalla parte del futuro e combatterono per il diritto dei cechi e degli slovacchi ad avere uno Stato indipendente; catturati, per questa scelta furono giustiziati, proprio qui ad Arco. La loro vicenda ci ricorda che la storia non è fatta soltanto da statisti e da generali, ma anche da uomini comuni che nei momenti decisivi hanno saputo dimostrare uno straordinario coraggio. Antonín Ježek, Karel Nováček, Jiří Schlegl e Václav Svoboda sono entrati a far parte della storia che ha portato alla nascita della Cecoslovacchia indipendente. Per questo motivo i loro nomi occupano un posto permanente nella nostra memoria. Non meno importante è il fatto che la loro eredità morale supera i confini di un solo Paese: Arco è diventata un luogo in cui le storie della Repubblica Ceca, dalla Slovachia e dell'Italia si incontrano in modo naturale. Il ricordo di questi Caduti rappresenta anche una testimonianza della lunga amicizia tra i nostri popoli e i valori comuni sui quali si fonda l'Europa di oggi. Nel ricordare i sacrifici del passato, il nostro pensiero va anche al presente Ancora oggi vediamo che la pace e la libertà non possono essere date per scontati. L'aggressione dalla Russia contro l'Ucraina ci ha ricordato ancora una volta quando sia importante difendere il diritto internazionale, la dignità umana e il diritto di ogni popolo e decidere del proprio futuro, e anche per questo il messaggio di coloro che onoriamo oggi conserva tutta la sua forza e attualità. Permettetemi infine di ringraziare la città di Arco, le istituzioni locali, l'Associazione nazionale alpini e tutti gli organizzatori per la cura, l'impegno che dedicano a questo luogo e a questa tradizione: grazie a voi la storia di quattro legionari non rimane soltanto una pagina dei libri di storia, ma continua a vivere come parte integrante della nostra comune coscienza europea.»