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Nicolò d’Arco

 

Biografia


Nicolò d’Arco fu poeta ed umanista molto fine, letterato della corte di Isabella d’Este a Mantova, che ha lasciato tracce biografiche assai confuse e incerte. Per lungo tempo i biografi hanno datato la sua nascita il 3 dicembre 1479, riconoscendolo come figlio di Ulrico (o Odorico) conte d’Arco e di Cecilia Gonzaga, figlia di Carlo di Sabbioneta (un ramo collaterale della potente stirpe dei Gonzaga di Mantova). Gli studi più recenti (l’ultima pubblicazione in tema è di Mariano Welber, "I Numeri di Nicolò d’Arco", edito da U.C.T. con il sostanziale contributo del Comune di Arco) attestano però una seconda teoria, fissando la data di nascita di Nicolò d’Arco al 1492/93 e quindi assegnando la maternità a Susanna Collalto - Credazzo, figlia di Antonio, che Ulrico sposò in seconde nozze dopo la morte di Cecilia Gonzaga.

Si pensa compì studi a Pavia, al Gymnasium Ticini, nel periodo intorno al 1504, e quindi a Padova, dal 1511 al 1521 e successivamnte presso l’Università di Bologna, dove frequentò Paolo Ricci (medico e umanista), Marco Antonio Flaminio, Bernardo Clesio (che Nicolò soccorrse poi con un proprio esercito, in occasione della guerra rustica del 1525) ed Erasmo da Rotterdam. Si segnalò nel concorso per la creazione dell’epitaffio destinato alla tomba di Raffaello, dove però gli fu preferito Pietro Bembo. Fu celebrato da Giano Pirro Pincio e Giulio Cesare Scaligero. Fu soldato della casa d’Austria, ma preferì di gran lunga la vita di letterato ed entrò ben presto in contatto con il mondo mantovano, anche perché sposò Giulia Gonzaga, del ramo di Novellara: fece parte della ricca corte di Isabella d’Este e aderì al manifesto estetico-culturale di Palazzo Tè, tessendo lodi di Giulio Romano e di tutta la corte dei nobili mantovani che garantivano il suo mantenimento di letterato.
Di Nicolò d’Arco si ha una raccolta abbastanza eterogena, edita sotto il titolo di "Numeri", che è pervenuta in vari codici e per edizioni diverse. Sicuramente riferimenti importanti sono il Codice Laurenziano - Ashburnhamiano 266 e l’edizione mantovana, ma anche gli studi del Betti del 1762 ed il manoscritto della Biblioteca di Trento del 1973 apportano notizie particolarmente importanti.Biblioteca Laurenziana di Firenze e citato spesso come Codice Ashburniano -Laurenziano 266. Un secondo manoscritto è invece custodito presso la Biblioteca Comunale di Trento, citato con data 1973. Conosciamo comuque dei Numeri altre tre edizioni successive: Nicolai Archii Comitis Numeri, a cura di G.Fruticeno e S.Laureo, Mantuae 1546; Hieronimi Fracastorii Verosensis et Nicolai Archiii Comitis carminum editio II excudit Josephus Cominus, Patavi (Padova) 1739; Nicolai Archii Comitis Numerorum libri IV, a cura di Z. Betti, Verona 1762, che solitamente sono citate come "Edizioni mantovana, padovana e veronese". Tutte e tre queste edizioni sono comunque incomplete rispetto al manoscritto fiorentino. Nel ventesimo secolo si deve citare, per gli studi sull'umanista arcense, l'opera di Antonio Pranzelores "Nicolò d'Arco. 1479-1546", riedita a cura degli autori Graziano Riccadonna e Luciano Miori in collaborazione con l'Accademia Roveretana degli Agiati, nel 1992. Lo studio più recente invece si deve a Mariano Welber, che nel 1996 ha prodotto l'opera "I Numeri di Nicolò d'Arco" edito da U.C.T. di Trento con il finanziamento del Comune di Arco, dove si trova la traduzione completa del codex Ashburnianum (finora mancante) più integrazioni ricavate dalle tre edizioni postume, dal codice della biblioteca di Trento e di altri saggi editi dal diciottesimo al ventesimo secolo. Interessante in quest'ultima opera l'analisi del problema della maternità del poeta e quindi della sua data di nascita, fino ad allora attribuita a Cecilia Gonzaga nel 1479 e da Welber invece accertata nel 1492, per Susanna Collalto.

Opere

L'opera di Nicolò d'Arco ha avuto, dalla morte del poeta e fino a tutto il XVIII secolo numerose edizioni postume, ma non è giunta fino a noi completa in nessuna delle sue stesure. L'edizione più prestigiosa resta comunque il manoscritto autografo dell'autore, denominato Codex Ashburnham 266, conservato preso la Biblioteca Laurenziana di Firenze e citato spesso come Codice Ashburniano -Laurenziano 266. Un secondo manoscritto è invece custodito presso la Biblioteca Comunale di Trento, citato con data 1973. Conosciamo comuque dei Numeri altre tre edizioni successive: Nicolai Archii Comitis Numeri, a cura di G.Fruticeno e S.Laureo, Mantuae 1546; Hieronimi Fracastorii Verosensis et Nicolai Archiii Comitis carminum editio II excudit Josephus Cominus, Patavi (Padova) 1739; Nicolai Archii Comitis Numerorum libri IV, a cura di Z. Betti, Verona 1762, che solitamente sono citate come "Edizioni mantovana, padovana e veronese". Tutte e tre queste edizioni sono comunque incomplete rispetto al manoscritto fiorentino. Nel ventesimo secolo si deve citare, per gli studi sull'umanista arcense, l'opera di Antonio Pranzelores "Nicolò d'Arco. 1479-1546", riedita a cura degli autori Graziano Riccadonna e Luciano Miori in collaborazione con l'Accademia Roveretana degli Agiati, nel 1992. Lo studio più recente invece si deve a Mariano Welber, che nel 1996 ha prodotto l'opera "I Numeri di Nicolò d'Arco" edito da U.C.T. di Trento con il finanziamento del Comune di Arco, dove si trova la traduzione completa del codex Ashburnianum (finora mancante) più integrazioni ricavate dalle tre edizioni postume, dal codice della biblioteca di Trento e di altri saggi editi dal diciottesimo al ventesimo secolo. Interessante in quest'ultima opera l'analisi del problema della maternità del poeta e quindi della sua data di nascita, fino ad allora attribuita a Cecilia Gonzaga nel 1479 e da Welber invece accertata nel 1492, per Susanna Collalto.

Alcuni frammenti delle opere di Nicolò D'Arco

Ad Madrutium Cardinalem Tridentinum Roma alloquitur - Roma Madruzzo, cardinale di Trento 

Si votis hominum respondent numina divûm
et si pro meritis congrua quisque refert,
Madruti, nostras moderaberis - auguror - arces:
hæc te pro meritis regna beata manent. 

Se il volere degli dèi asseconda le preghiere delgi uomini, e se ognuno
ha il gusto premio dei suoi meriti, tu, Madruzzo, governerai le mie ròcche.
Questo è il mio auspicio: per i tuoi meriti ti spetta questo regno felice.


Bernardo Clesio Cardinali Tridentino - A Bernardo Clesio cardinale di Trento 

QVVM te purpureo decoratum Rhoma galero
audiret: "Longe te meliora manent:
ipse meas, Clesi, moderaberis - inquit - habenas.
Hoc votum est hominum, sic pia fata dabunt."

Quando sentì che ti avevano insignito del galero purpureo, Roma disse:
"Ti aspettiano più alti destini: tu, Cles, terrai le mie redini. Lo vuole la gente
nelle sue preghiere, e lo concederà la giustizia del fato".


Lyricon (13-16) 

verum in quieto tuta sit aequore
Benaci et ipso tuta sit Aeolo,
pictaeque supponat carinae,
sacra manum Thetis et maritus.

che invece vada tranquilla (la nave) sulle onde
del Benaco nel mezzo dei venti
ed alla carena dipinta sommettano
le mani la divina Teti ed il suo consorte. 


Iridi - All'arcobaleno 

IRI, decus cæli, Iunonis nucia magnæ,
arquumque quæ vario picta colore trahis,
sis placida et foelix Arquensibus omine læto,
sitque tua semper patria sospes ope. 

Iride, gemma del cielo, messaggera della grande Giunone, che con i tuoi mille
colori distendi nel cielo l'arcobaleno, sii benevola e generosa con gli abitanti di Arco,
ed allietali con favorevoli auspicî; e con il tuo soccorso la mia patria sia sempre salva.


Naenia de morte matris -Lamento per la morte della madre 

ET merito has lachrymas dono tibi præmia partus,
chara, tui, genetrix: merito tua funera planctu
prosequor et sacros intendo moestus honores
et veneror tumulum multa prece ture(que mul)to.
Hunc decoro: alter ab undecimo nam volvitur annus
cuum tua sub lapide hoc foeliciter ossa quiescunt.
Illa tempestate mæ nutricis alebar
complexu in molli, me tertia c(o)eperat æstas
vix bene firmantem gressum et bleso ore loquentem,
cum mihi pallida mors misero te te abstulit ipsam
iniecitque manum viridi sub flore inventæ.
Vidi ego cum tristi procederet ordine pompa
et caneret pulla vestitus veste sacerdos;
horrendum, sensi lachrymas: et acerba gemebat
infoelix pater et fatum damnabat avarum.(...) 

È giusto, mia cara madre, ch'io ti offra queste lacrime come ricompensa
per avermi dato la vita; ed è giusto che io ricordi nel pianto la tua morte e ripeta le meste
cerimonie e con molte preghiere e molto incenso rechi onore alla tua tomba. Ora la venero,
mentre si sta chiudendo l'anno dopo l'undicesimo da che le tue ossa riposano in pace
sotto questa pietra.
A quel tempo stavo nel tenero abbraccio della mia nutrice: entravo
nella terza estate della mia vita camminando a passi incerti e balbettando piccole parole,
quando la livida morte - ahi, me misero! - ti ghermì stendendo gli artiglî sulla tua acerba
giovinezza. Ho visto - scena straziante - quando si avviò il mesto corteo ed intonò
il canto il sacerdote nella lugubre veste; ho sentito i singhiozzi: mio padre che piangeva
disperato, mandava aspri gemiti e malediceva l'invidia del fato (...) 


Epitaphium Delphini Archensis - Epitaffio di Delfino d'Arco 

INGRATVS, delphin, patriæ atque parentibus et dîs:
de me non est pha dicere plura mihi.

Ahi, Delfino, inviso alla patria, alla tua gente ed agli dèi!
Di me non posso dire nient'altro.


Ad Dianam - A Diana 

DVM Baldi petimus sacros recessus
qui sublimia fronte tangit astra,
cuius plurima vallibus virescit
morbis herba potens, potens et ægris,
Dianam, o purei peullulæque,
Diana(e) et teneram simul cohortem
precemur mihi quod ferant salutem. (...)

Mentre saliamo le sacre gole del Baldo che con la fronte tocca le stelle del cielo
- nelle sue valli crescono rigogliose molte erbe che vincono il male e giovano
ai sofferenti - preghiamo Diana, fanciulli e fanciulle, e le flessuose Ninfe sue compagne,
che voglian restituirmi la salute. (...)


Ad Iulium Romanum - A Giulio Romano 

DVM Mintî ad ripam veteres, Iuli, advehis arteis,
altera iam dici Mantua roma potest. 

Mentre, Giulio, fai approdare alla rivadel Mincio l'arte degli antichi,
Mantova può ormai portare il nome di seconda Roma.


Ad seipsum - A se stesso 

QVO te cæcus amor rapit
ludi et sollicitæ cura pecuniæ,
ut perdas, miser ah miser,
tempus, nonne vides, irrevocabile,
quod ventis fugit ocyus
et velotius est fulminis impetu?
Quin tu quin pocius petis
florentem studio ignobilis ocii

Ticinum, et solita lyra
olim incæpta paras condere carmina?
Quin vulgus fugis insolens,
ne famæ venias immemor inclytæ

quæ post fata renascitur?

A che ti trasicna la cieca passione del gioco, di quel danaro che va e viene,
tanto da farti sprecare - non vedi - il tempo che non potrai più riavere. il tempo
che fugge più rapido del vento ed è il più ratto dello scoccar d'un fulmine?
Perchè non torni piuttosto a Pavia, dove fiorisce il culto di una vita sommessa ma
piena, e non ti disponi a rinfinire sulla solita lira i carmi che da tanto giacciono incompiuti?
Perchè non fuggi questa massa di spacconi, prima di trovarti e dimenticare la magìa
della fama che fiorisce oltre la morte? 


Ad Mantuam - A Mantova 

SVSTVLERIT dederitne tibi plus, Mantua, cælum
incertum est, dici sed sine fraude potest:
"Ornâsti cælum duplici tu sidere, et ipsum
concessit geminis ut fruerere deis."

Nessuna sa, Mantova, se il bene che il cielo tu ha tolto valga più o meno
di quel che ti ha donato: ma si può serenamente affermare: "Tu hai abbellito il cielo
con due stelle, ed il cielo ti ha concesso la protezione di due dèi".


Ad Vargnanum - A Varignano 

VARGNANE optime, cuius ore manat
sermo dulcior Attico liquore
et sempre faciles fluunt Cam(a)enæ,
ten' Lomasia rura detinere
possunt immemorem tui atque nostri,
mehercle, rura odiosa et infaceta?
Num tanti decet (a)estimare rura?
Sic nobis licet invidere ruri
qui dudum miseri atque destituti
inatabescimus ob tuum recessum?
O factum male! Namque tu solebas
dulci carmine detinere Sarcam
et cantu lepido movere montes
quassans buxiferi caput Brioni.
Quare ad nos redeas rogamus omnes,
Causarum tonitru rogat Brunellus,
et fluens Latiæ eloquentiæ fons
Prandinus bonus ille Iuianus
et Lepus pater omnium laporum;
idem Didymus et Catullianus
Aliprandus agit, caputque calvum
ut cucurbita Devius Folentus.
Quod si nec preculæ tabellionum
nec flectunt lachrymæ piæ parentis,
te saltem moveat iocosa turba
et Musarum amor, ipse diis amicus:
Arquensis patriæ colens recessus
nobiscum bibe, lude, scribe, canta.

Mio buon Varignano, dalla cui bocca vengon parole più dolci del vino dell'Attica
e fluiscono sempre melodiose le Muse, come ti posson trattenere le campagne del Lomaso,
quasi dimentico di te e di noi: quelle campagne - per Ercole - rozze e disgustose?
Ma si può aver tanto amore per la campagna? Dobbiamo prorpio ridurci ad invidiare
la campagna noi, poveri derelitti, che della tua assenza abbiamo fatto una malattia?
Ahi sventura! Infatti tu sapevi frenare con dolci melodie l'impeto del Sarca, e con versi
arguti dar vita alle montagne e far vibrare la vetta del Brione coperto di bosso.
Per questi motivi noi tutti chiediamo che tu ritorni fra noi. Brunello lo chiede
con la voce tonante che riserva ai processi; e lo chiedono l'ottimo Giuliano Prandini -
fonte inesauribile di eloquenza latina - ed il Levri, padre di tutte le lepidezze;
e ti diffidano inoltre Didimo ed il catulliano Aliprando, e quella zucca pelata di Devio
Folenti.
E se non ti scuotono le maldestre intimazioni di questi avvocaticchî, nè il pianto
della mamma che ti vuole tanto bene, ti sapranno convincere almeno la gioia di vivere
di questa tua combriccola e l'amore per le Muse che è caro anche agli dèi. Vieni con noi
a bere, a scherzare, a scrivere, a cantare: vieni a rifugiarti nel cuore della patria, ad Arco. 


Ad Aurelium et Maximum Ripenses - Ad Aurelio e Massimo di Riva 

PERBELLE facitis, boni sodales;
mutuo facitis bene ac prudenter:
laudas Aurelium tuum diserto
versu, Maxime, teque laudat ille
et te tollit ad astra sublevatque.

Bravi, cari amici; l'avete pensata proprio bella ad esser l'un con l'altro gentili
e previdenti: tu, Massimo, elogi il tuo Aurelio in versi fluenti, ed egli ti ricambia gli elogi,
ti esalta e ti porta alle stelle.


Ad Aretinum - All'Aretino 

ARETINE, legis nec erubescis
Franci carmina Thusca?

Ahi, Aretino: leggi le poesie italiane del Franco e non ti senti diventar paonazzo?


De Aliprando Arquensi - Aliprando di Arco 

NOLLI admirari cur Prabia iugera vendat
noster Aliprandus: caussa parata sibi est.
Imprimis damnosa nimis vicinia Sarchæ;
iccirco dixit: "Sarchias unda, vale".
Pæterea horribilis flabat per pascua ventus:
vir bonus haud poterat tot mala ferre diu.
Illum cura domi, illum prati cura gravabat:
distabat nimium villula ad oppiculo.
Nunc penitus totas dimisit pectore curas
atque idem vacuus est foris atque domi.

Non ti devi chiedere perchè mai il nostro Aliprando voglia vendere i campi
di Prabi: lui ha già pronta una bella spiegazione. Prima di tutto gli dava troppo fastidio
la vicinanza del Sarca, e così decise: "Onde del Sarca, addio". E poi sui pascoli spirava
un vento troppo forte, ed un uomo dabbene come lui non poteva sopportare più oltre
una simile disgrazia. Pensare alla casa e pensare anche al prato era poi un impegno
insopportabile: il poderetto era troppo distante dal paesello.
Ora finalmente s'è tolto ogni peso dal cuore: niente fuori, e niente in casa. 


In morte(m) Caesaris Maximiliani - Per la morte dell'Imperatore Massimiliano 

NON nostro, ut solitum est, extincto Cæsare, cælum
condoluit, nec sol tristia signa dedit,
sed fuit hyberno clementia tempore veris,
fulsit et ex omni parte serena dies.
Lætatum est veniente suo iam Cæsare cælum:
at terris luctum liquit et invidiam.

Quando morì il nostro Cesare, il cielo non pianse secondo l'uso, nè il sole mandò
cupi presagî: ma anzi, in pieno inverno, spirò un'aura di primavera e fu un giorno
tutto sereno. Il cielo si rallegrò per la venuta di Cesare, ormai suo: ed alla terra lasciò
l'invidia ed il pianto.


Ad illustrissimum Federicum (primun) Ducem Mantuae - A Federico (primo) duca di Mantova 

MANTVA iam tibi, dux,plus se debere fatetur
quam qui ipsam captis condidit auspiciis.
Nam multo est, ut scis, claram præstantius urbem
cingere quam muro, moribus excolere.
Quid, quod eam vallas muro et virtutibus ornas?
Hoc scutum est belli: pacis et esse ducem.

Mantova ormai ammette, o duca, di dover essere riconoscente più a te che a colui
che, tratti gli auspicî, la fondò. Infatti, come tu ben sai, è assai più degna impresa dare
ad una nobile città il decoro dei costumi che circondarla di mura. E che possiamo dire:
tu la cirondi di mura e la fai splendere d'ogni virtù.
E questa è la vera difesa contro la guerra: saper essere un capo anche nella pace.


De Cupidine dormiente apud illustrissimam Isabellam Estensem - Cupido dorme accanto all'illustrissima Isabella d'Este 

Tv puerum vexare cave, Cytharea, protervum
dum carpit somnos lumine languidulo.
At vos securi interea requiescite, amantes,
deposita fessus dum face dormit Amor.

Guardati bene, Citerea, dallo stuzzicare il capriccioso fanciullo
che con gli occhiuzzi appannati sta prendendo sonno. E voi intanto, innamorati,
riposate tranquilli mentre Amore, stanco, ha depositato la fiaccolae dorme.


Ad Tridentum - A Trento 

QVOD tibi arces, Athesis tua moenia lambat,
quod sit ager Baccho fertilis et Cerere,
vicino ridere potes de colle, Tridentum,
et superis grates ore referre pio.
At tibi quod centum sint templa, altaria centum,
omnia plena sacris, omnia foeta deo:
iustitia et, foelix, alma quod pace fruaris,
quæ iam temporibus exulat orbe malis,
id Clesî munus: beat hoc te ipsumque fatetur
demeruisse homines,, demeruisse deos.

Se hai possenti castelli, se l'Adige lambisce le tue mura, se le tue campagne sono
benedette da Bacco e da Cerere, puoi gioirne dalla vetta del colle vicino, Trento, e con voce
devota innalzare grazie agli dèi. Ma se hai cento chiese e cento altari, tutti pieni di sacre
cerimonie, tutti animati dalla presenza divina: e se, fortunata, godi della pace feconda che
in questi tristi tempi pare voglia abbandonare il mondo, questo è il merito del Cles; questo
ti fa beata, ed intanto dimostra che il Cles si è saputo accattivare sai gli uomini che gli dèi.


In comitem Ludovicum Lotronium - Al conte Ludovico Lodron 

INNVMERIS septus Parthis, dum occumbere mavult
pugnando foedæ quam dare terga fugæ,
æternum cælo et terris Lotronius heros
vivit et æc pulchræ præmia mortis habet.

Circondato da un nugolo di Parti, mentre sceglie di morire piuttosto che volger
le spalle in una figa vergognosa, l'eroico Lodròn ottiene di vivere in eterno nel cielo
e sulla terra, ed ha questa ricompensa per la gloriosa morte.


Ad ventos nacenses - Ai venti di Nago 

QVI nemora et montes quoque hæc saxa invia, venti,
tunditis et celeri verritis antra fuga,
si vestrum flammas quisquam atque incendia sensit
queîs divum atque hominum pectora torret Amor,
me miserum perflate atque has extinguite flammas:
in me unum totas fundite, qæso, animas.
Aut saltem in dominam partem asportate caloris:
forsan erit nostris mitior inde malis.

venti che percuotete i boschi ed il monte e queste rocce impervie, e con la furia
del turbine spazzate le grotte, se qualcuno di voi ha provato le fiamme dell'incendioo
ve Amore fa ardere il cuore degli uomini e degli dèi, soffiate su di me, misero, e spegnete
questo rogo: su me solo volgete, vi prego, tutto il vostro impeto, O, almeno, deviate
un poco di questa vampa sulla mia donna, che così potrebbe intenerirsi per le mie sciagure


Ode de reditu Clesii Cardinalis Tridentini - Ode per il ritorno di Clesio Cardinale di Trento 

CLESIVS externo nobis quod redditur orbe
diis grates referamus,amici.
Nunc decet innumeris cumulare altaria donis
et Syrios adolere liquores:
absint tristitiæ et pungentes pectora curæ,
quicquid et est animo molestum;
ingeminent choreas Nymphæ sub nocte serena;
nos pateris certemus ovantes.
Despiere est mihi dulce: severi ignoscite vates,
si numeris sine lege vagabor.
Liberiora decet nunc solvere vota Lyæo
ob reducem patriæ patronum
qui redit Arctoas reges comitatus in oras
qua Rhenus secat arva bicornis,
cuius consilio dederunt bona numina terris
nec maius graviusve quicquam.
Ille redit qui tuta meis facit ocia Musis:
nunc Sarchæ prope littus amoenum,
dum nitidi fulgent soles, dum vere tepenti
auricomum caput exerit arbos,
aut Ferdinandi fractos virtute Gelonos
quique bibunt tumidum Choaspem,
aut partam Italiæ referam post tristia bella
Cæsaris auspiciis quietem,
arma etiam qui nunc Arabas meditatus un hostes,
delectos ita fatur amocis:
"Ibimus, o proceres: tellus sacra nos manet et nos
turrigeræ Babylonis arces.
Illic immensos pro relligione labores
ferre mari terraque decorum est.
Illic victrices aquilas et figere signa
est animus, superis secundis".

Rendiamo grazie agli dèi, amci, poichè terre lontane ci restituiscono il Cles.
Ora è il momento di coprire gli altri con tante e tante offerte e di spagere profumi di Siria;
basta con le tristezze e le angosce che attanagliano il cuore e tutto ciò che contrista
gli animali: le Ninfe raddoppino nella notte serena le loro danze, e noi facciamo a gara
brindando con le nostre coppe.
Ho voglia di follìe: abbiate pazienza, vati seriosi, se mi sbizzarrirò a far poesia
senza rispettare le regole. Ora è il momento di venerare Bacco Lieo con preghiere poco
formali, in onore del nume tutelare della patria che ritorna dopo aver accompagnato i re
nelle lande del nord, dive taglia i campi il Reno bicorne: gli dèi benevoli non concessero
mai alla terra nulla di più grande e di più saggio.
Torna colui che alle mie Muse garantisce l'ozio beato; ora sulla riva amena
del Sarca, mentre splendono le chiome dorate, canterò le vittorie delle armi di Ferdinando sui Geloni
d'Ucraina e sui popoli che bevono l'onda spumeggiante del Coaspe, oppure celebrerò
la pace restituita all'Italia alla fine di guerre sanguinose per merito di Cesare, che,
progettando una spedizione contro gli Arabi, gli amici più scelti promette: "Partiremo,
miei valorosi: ci attendono le terre sante e le ròcche della utrrita Babilonia. Lì avremo
l'onore di affrontare immani fatiche per la religione, in mare ed in terra. Lì intendo piantar
le mie insegne, con il favore degli dèi". 


Ad Lymphas Sarchiadas -Alle onde del Sarca 

LYMPHÆ Sarchiades, nimis rapaces,
furaces nimis invidæque lymphæ,
heu quot carmina bella, quot lepores,
gemmis carmina cariora et auro,
nu(m)quam lecta satis, relecta sæpe,
incauto et misero mihi abstulistis:
quæ mî Matrutius meus, revisens
antiquam Paduam et bonos sodales,
servanda attulit et sinu fovenda!
Dum verso et teneo manu, recurrens
doctorum monumenta per virorum,
nîl usquam mihi tale cogitanti,
fato nescio quo malo et sinistro
immerentia ponte decidere.
O pons, o fluvii male ominati,
undæ ipso Eridano rapaciores!
Num vos Lazari epistolam eruditi,
num sacros rapidis pudet sub undis
docti volvere Velii labores
et lusus lepidi Logi venustos?

Onde del Sarca, ahi, troppo impetuose, onde invidiose e ladre: ahi, quanti carmi
preziosi, quante arguzie, quante parole più care delle gemme e dell'oro, spesso riflette ma
mai lette abbastanza, avete rapito a me che - poveretto - non me l'aspettavo: versi
che il mio Madruzzo mi aveva portato da conservare e da tenere sul cuore, tornando
da una visita all'antica Padova ed ai cari amici! Mentre li tenevo in mano e li sfogliavo,
vagando fra le testimonianze di tanti uomini sapienti, per non so qual destino crudele
e sinistro, caddero senza colpa dal ponte.
Ahi, ponte e flutti maledetti, e corrente più rapinosa persino del Pò!
Non vi vergognate di sfogliare sotto le onde impetuose l'epistola del dotto Lazzaro,
le erudite opere di Velio e gli scherzi eleganti dell'arguto Logo?


Unde "Unitas" Clesii Cardianlis - L'origine del motto "Unitas" del Cardinale Clesio 

IUSTITIA atque fides prrofugæ et prudentia terris
quas colerent sedes consuluere diu;
tandem animo insedere tuo, Clesi, optime princeps:
hinc tribus ex illis unio facta tibi est.

La giustizia, la fedeltà e la prudenza, esuli dalla terra, a lungo discussero
della nuova casa che avrebbero abitato; infine si stabilirono nel tuo animo, Cles, prinipe
degno: così si realizzò in te l'unione delle tre virtù.


De adventu eiusdem - Il ritorno dello stesso (cardinale Clesio) 

NON tam læta fuit Partho fugiente Vienna,
barbaricum metuens fida subire iugum,
adventu quantum Clesî plebs læTridenti est,
pro quo adolet sacris tot pia tura focis:
et merito, quoniam, redeunte hoc principe, quicquid
iustitiæ est, quicquid pacis in orbe redit.

Non fu così lieta per la fuga dei Parti la fedele Vienna, già rassegnata a cadere
sotto il giogo dei barbari, quanto è lieto il popolo di Trento per l'arrivo del Cles.
In suo onore la gente sparge a piene mani sul fuoco degli altari l'incenso della devozione:
e così deve essere, perchè col ritorno di questo sovrano tornano anche tutta la giustizia
e la pace del mondo.


In eius funere - Per il suo funerale (Federico Gonzaga) 

MANTVA, Federici tristis complexa cadaver,
exclamat: "Non hæc est tua,sed mea mors".

Mantova, abbracciando mesta il cadavere di Federico, esclama: "Questa non è la tua morte, ma la mia"


Ad Bordellinum Fluvvium - Al fiume Bordellino 

BORDELLINE, hierum mersisses amne rapaci,
nî tibi clamâsset: "Est meus ignis edax"!

Bordellino, avresti travolto con la tua corrente rapinosa il tuo stesso signore,
se non ti avesse avvertito: "Il mio fuoco è vorace"!


De pace ode - Ode sulla pace 

PAX iterum terris redit et sæcla aurea surgunt
Cæsaris auspiciis.
Omnia tranquillam faciem vestire videntur,
ridet et omnis ager.
Integrat rastra intermissa colonus,
pastor agit pecudes

Torna alla terra la pace, e nasce l'età dell'oro sotto l'auspicio di Cesare,
Ogni cosa sembre mostrare il volto della tranquillità, e tutta la campagna sorride.
Il contadino riprende gli attrezzi che aveva abbandonato; il pastore incita il gregge


In obitu Isabellae Estensis Marchionissae Mantuae - Per la morte di Isabella d'Este marchesa di Mantova 

DOMINAM ISABELLAM AESTENSEM MARCHIONISSAM MANTVÆ
CVR MORTALIVM EX OCVLIS SVRRIPVIT FATVM?
NE CÆLVM TAMDIV TERRIS HOC INVIDERET BONVM.

PERCHÉ IL FATO HA RAPITO AGLI OCCHÎ DEI MORTALI
ISABELLA SIGNORA D'ESTE E MARCHESA DI MANTOVA?
PERCHÉ IL CIELO NON CONTINUASSE AD INVIDIARE ALLA TERRA QUESTO BENE.


Raphaelis Urbinatis pictoris epithaphium - Epitaffio di Raffaello pittore di Urbino 

PICTOR eram; nomen raphaël mî, patria cultum
Urbinum, alma parens Roma fuit tumulus.

Ero un pittore: il mio nome era Raffaello; la patria la dotta urbino; sepolcro mi fu
la grande madre di Roma.


Epithaphium Odorici patris - Epitaffio per il padre Odorico 

Si mors sæva nequît probitatem extinguere, quis te
victurum æterno tempore, Odrice, neget?

Se la crudele morte non si può estinguere l'onestà, chi può dire che tu, Odorico;
non vivrai per un tempo eterno?

I conti d'Arco

Della Famiglia d'Arco si hanno notizie già dal Mille; da sempre legati al borgo e soprattutto al castello, i d'Arco svilupparono una fitta trama di legami parentali con le maggiori casate nobiliari dell'alta Italia e del Tirolo nel corso dei secoli in cui ebbero potere politico ed economico. Una valida impressione della vastità dei legami si può avere dalla rappresentazione dell'albero genealogico della casa d'Arco nelle tele conservate a Palazzo Marchetti di Arco e Palazzo d'Arco a Mantova: il soggetto centrale è contornato da tutti gli stemmi delle famiglie con cui i d'Arco si erano imparentati. Gli esponenti di una certa importanza sono molti, in nove secoli di storia che li riguardano, ma il periodo di maggiore splendore si può certo ricondurre ai secoli dal XV al XVIII (in particolare fino all'avvento di Vendome): in questi secoli la famiglia ha parentele prestigiose, con i Collalto, i Thun, i Wolkenstein ed i Gonzaga, e relazioni di prestigio, con Bernardo Cles, i Della Scala, i Madruzzo, i Lodron. In un breve excursus si possono presentare alcuni dei nomi che hanno segnato maggiormente la storia e le vicende di Arco, anche se l'elenco non è certo esaustivo.

Cubitosa
Francesco
Odorico e Susanna 
Sigismondo
Giambattista ed Emanuele 
Ramo di Mantova 

Approfondimenti

Biblioteca Medicea Laurenziana Firenze
www.bml.firenze.sbn.it

Riferimento Biblioteca Trento
www.bibcom.trento.it 

Riferimento Castello Buonconsiglio:
www.provincia.tn.it

Bibliografia:

A.Pranzelores – Nicolò d’Arco – Ed. L.Pranzelores, 1992
M.Welber – I Numeri di Nicolò d’Arco – Ed. U.C.T. Trento/Comune di Arco, 1996
G. Riccadonna – Gli Statuti della Città di Arco – Ed. U.C.T. Trento/Comune di Arco, 1990
R.Turrini – Guida per la visita al castello di Arco – Ed. Comune di Arco, 1996
C.Bertassi, R. Turrini – Il Palazzo dei Panni – Ed. Comune di Arco, 1994
R. Turrini, C.Bertassi – Il Palazzo di Piazza – Ed. Comune di Arco, 1992
R.Turrini – Guida per Arco – Ed. Comune di Arco, 1996
B.Waldstein-Wartenberg – Storia dei Conti d’Arco nel Medioevo – Ed. Il Veltro, 1979
G. Rill – Storia dei Conti d’Arco 1487/1614 – Ed. Il Veltro 1982
F.Farina, A.Tamburini – Nicolò d’Arco – Ed. Comune di Arco, 1994
AA.VV. – Cubitosa d’Arco (dramma teatrale)
R. Signorini – Il Palazzo d’Arco a Mantova – Ed. Fondazione d’Arco, Mantova
AA.VV. – La pittura Italiana – Ed. Mondadori, 1997
Museo Provinciale d’Arte di Trento– Bernardo Cles e l’arte del Rinascimento nel Trentino – Ed. Mazzotta, 1985
M. Bellonci – Rinascimento privato – Mondadori, 1985